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Aldo Ciavatta: il mito giovane di Gabriella Cherubini articolo di UOMO

ARTICOLO USCITO SU UOMO NEGLI ANNI ’80

È ancora una volta la Romagna, la terra fertile e abbondante che fa da scenario nella messa a fuoco di una personalità riminese. Come per Fellini, nell’incontro con Aldo Ciavatta, re del casual made in Italy, bisogna partire da lontano. Dall’antica griglia delle strade (quelle tracciate dai romani): composta e un po’ solitaria d’inverno e pullulante d’una massa colorita e un po’ sfatta da giugno a settembre. Da quella marina ultrapiatta e sconfinata che accoglie tedeschi, svedesi, inglesi. Dalla ronda notturna dei vitelloni di ieri e oggi ARNOLDO CASTOLDI con motociclette d’alta cilindrata e automobili sgommanti. Dalla Rimini di notte, tutta insegne luminose (qui si trova perfettamente a suo agio l’esotico tempietto devoto al kitch e alla dea Kalì). È insomma a questo amalgama irripetibile, profumato d’una sensualità onnivora di antiche radici che si deve far necessariamente riferimento. Nel caso di Ciavatta, però, uomo di spiccato intuito e forte determinazione dai risvolti ‘calvinisti’ questa terra di convivialità generosa ha stimolato anzichè grottesche e poetiche liberazioni una sapiente disposizione alla cattura di quello che sarebbe stato l'”on the road” dei giovani, il loro modo di vestire, di sentirsi gruppo e generazione.

“Rimini ci ha permesso — dice Aldo Ciavatta parlando di sé e dei suoi conterranei — di assimilare con grande disinvoltura cose speciali: culture diverse, modi di comportamento e di vestire. Ricordo che quando si andava a trovare d’inverno gli amici delle vacanze, noi di Rimini vestivamo in modo più spigliato: scoprivamo d’essere gente meno formale”. Lui figlio di sarto, provò a vendere in una di quelle lontane estati dei calzoncini corti che aveva fatto fabbricare con un tessuto speciale. Da quel giorno, da quel successo avrebbe indagato senza tregua nei trend giovanili per inventare e lanciare prima degli altri dei pantaloni ‘giusti’. E poi i giubbetti, le camicie, le felpe, le T-shirt. Profeta dei jeans delavé che è riuscito a produrre con una varietà straordinaria di procedimenti di lavaggio (“non abbiamo fatto altro che produrre industrialmente quello che ogni ragazzo faceva a casa propria”) oggi è convinto che il repertorio stone-washed, che a detta dei negozianti si vende ancora, stia declinando e predice la temporanea morte per inflazione dei jeans, proposti a oltranza dalle grandi griffes. “Il jeans è cosa pura: non è un pezzo di stoffa e va rispettato. Noi siamo riusciti, se mi si passa il termine, a intellettualizzarlo, a caricarlo cioè di quella cultura popolare alla quale appartiene”. 

quanto a lui è già al lavoro su una nuova idea. “Stiamo lavorando nella direzione di un giusto rapporto qualità-prezzo puntando sulla giacca. I ragazzi la chiedono, ma pochi si pongono il problema di produrla al prezzo d’un paio di jeans. Invece bisogna dar loro questa possibilità, d’acquistare un blazer al di sotto delle centomila lire. Noi ci stiamo provando con articoli fabbricati dalle stesse macchine per i pantaloni e il prodotto ha una sua autenticità, senza pretese sartoriali, ovviamente, però molto curato. Ma cos’avranno mai di speciale queste ‘cose’ di Ciavatta, quelle per intenderci che si comprano con l’etichetta di Closed, Marithé e François Girbaud, Ball, Katharine Hamnett, Red Button 601 (anche la linea Fendissime è prodotta da lui e così la recentissima Converse All Star, collezione per giovani metropolitani che sfrutta il marchio delle scarpe sportive dei campioni americani e trae spunti dal campus e dal rock). La risposta è: una formula perfetta. Un cocktail di mito e avanguardia con una forte impronta sportiva. Il mito: è quello eterno dei jeans e degli indumenti militareschi che reinseriti nel filone del “privato degli anni Ottanta e Novanta, conservano un carattere di rassicurante uniformità, acquietando il bisogno di appartenenza al gruppo dei ragazzi d’ogni tempo.

L’Avanguardia: Aldo Ciavatta è uno che gira il mondo, annusa e cerca i giovani talenti. Capì prima degli altri Katharine Hamnett e incominciò a produrne la linea. Scoprì Marithè e François Girbaud, una giovane coppia che aveva in mente dei pantaloni nuovi: che si scrollassero di dosso l’ossequio alle taglie dei jeans americani e fossero comodi e portabili.

Ne venne fuori la Closed e poi la collezione firmata dal duo. Oggi Aldo Ciavatta ha acquistato per la sua scuderia (prima per la Ball, poi gli ha affidato la Converse All Star) uno stilista gallese: Andrew Mac Kenzie, un emergente della scena londinese dove ha lavorato per Bill Gibb e Zandra Rhodes. Cosa di più convincente della mano di questi designers per siglare vestiti che sono rottura certa con la convenzione, con il vecchio? E infine il tono sportivo. Il terzo buon motivo per cui i suoi capi piacciono a tutti quelli che hanno strizzato l’occhio a un abbigliamento da portare mattina e sera passando dalla scuola alla palestra alla discoteca. E agli altri che non vivono di solo doppiopetto. Rimane l’intuito. Che, naturalmente, di per se stesso non avrebbe potuto nulla se non fosse stato accompagnato da quella ferrea sistematicità che in dieci-quindici anni ha portato la CFM, Compagnia Finanziaria Moda (oggi il nome enuncia una società di servizi che opera per conto di quattro società di produzione e distribuzione, la Ball Spa, la Moda Italia Spa, la Arcobaleno, la Satis SA, ma presto assumerà la fisionomia di holding) a realizzare un fatturato di 150 miliardi e a distribuire in tutto il mondo più di cinque milioni di vestiti. E basta fare un giro con la guida di Aldo Ciavatta nell’ampissima area asettica della Ball, nel reparto modelleria (“il nostro valore aggiunto”) dove vengono realizzati i prototipi o in quello della predisposizione dei modelli per visualizzare efficienza, cortesia e l’atmosfera palpabile d’un meccanismo che funziona a pieni giri.

Aldo Ciavatta inizia la giornata alle sei per riuscire a dare un tempo ai riti del buongiorno, una delicatezza di sapore famigliare. Può far tardissimo dietro a un progetto e volentieri Aldo Ciavatta coinvolge i collaboratori nell’ambiente più piacevole della casa. La quale, situata nei pressi del Grand Hotel è la realizzazione di un suo vecchio sogno. “Volevo abitare in un’area tra il il porto e l’Ausa: un piccolo fiume locale”. Tre piani, facciata rosa, verde rampicante, giardino. Si scopre che un altro manager torinese di “casa” CFM è venuto ad abitare lì vicino. E  s’intuisce allora che l’ospitalità che riserva all’inviato, nella cornice incantata del vecchio scrollassero Grand Hotel è da prendersi un po’ come un sorridente invito a casa sua.